di Michele Pallotta:
Se vi interessano la musica e la tecnologia, vi sarà sicuramente capitato di sentire parlare, o magari di partecipare, a delle discussioni e delle critiche relative all’intelligenza artificiale applicata alla musica: siamo infatti arrivati a un punto in cui i computer sanno sia scrivere sia, grazie ai sintetizzatori vocali, cantare canzoni. Ma se pensate che siano “diavolerie” moderne, vi sbagliate di grosso perché già nel 1956 e nel 1961 i computer avevano fatto passi da gigante nel mondo della musica.
Push Button Bertha la canzone che confuse il Copyright americano
Nel 1956, nei laboratori della ElectroData Corporation a Pasadena, gli ingegneri Douglas Bolitho e Martin Klein programmarono il computer Datatron 205 unendo principi matematici a principi di composizione musicale. Il computer generava così vari pattern musicali, scartando quelli che non soddisfacevano le condizioni date, e creò la prima composizione musicale. I due ingegneri chiamarono poi un compositore, Jack Owens, per valutarla: fu lui a scrivere il testo, dando vita a “Push Button Bertha”. Questa canzone creò all’epoca uno strano problema per la Library of Congress statunitense, l’ente che si occupava dei diritti d’autore: se per il testo si poteva tranquillamente attribuire la paternità a Jack Owens, per la musica non si sapeva a chi attribuire la creazione del brano, se agli ingegneri o al computer stesso.
Quando un computer cantò per Arthur C. Clarke
Nel 1961, nei Laboratori Bell, i ricercatori John Kelly, Carol Lochbaum e Max Mathews condussero esperimenti su un sintetizzatore vocale e riuscirono a far cantare al calcolatore IBM 7094 la canzone “Daisy Bell”, scritta da Harry Dacre nel 1892. Durante questa prova, come visitatore, era presente anche lo scrittore Arthur C. Clarke, che rimase talmente colpito dall’esperimento da inserirlo nel suo libro “2001: Odissea nello spazio”, poi ripreso anche nella versione originale dell’omonimo film di Stanley Kubrick.
Sintetizzatori, Auto-Tune e Intelligenza Artificiale: l’evoluzione della musica elettronica
Per iniziare a parlare della storia dei sintetizzatori, o Synth, bisogna prima vedere la loro definizione, ovvero: Sintetizzatóre - Strumento musicale elettronico, costituito da oscillatori che generano suoni di gamma molto ampia (note, timbri di numerosissimi strumenti, rumori ecc.) e da una tastiera che consente di controllare e modificare la frequenza d'uscita dei suoni stessi (definizione dell’Enciclopedia Treccani). Detto questo, iniziamo con la storia dei sintetizzatori: questo strumento nacque già a fine Ottocento, ufficialmente con il brevetto depositato da Thaddeus Cahill, poi sviluppato dallo stesso nel 1901 con il nome di Telharmonium, che funzionava tramite la sintesi additiva a ruote sonore. Lo strumento, però, era gigantesco e quindi impossibile da diffondere al pubblico. Nel 1920, grazie agli studi del fisico sovietico Lev Sergeevič Termen (noto in Occidente come Léon Theremine), nacque il Theremin, uno dei primi strumenti capaci di suonare senza il contatto fisico con l’utilizzatore; mentre nel 1928, grazie al violoncellista e radiotelegrafista francese Maurice Martenot e ispirandosi al Theremin, venne creato l’Ondes Martenot. Entrambi erano strumenti più piccoli dell’originale Telharmonium e quindi adatti a una presentazione e vendita al pubblico. Il vero “boom” commerciale dei Synth avvenne però intorno alla seconda metà del Novecento, quando sintetizzatori molto più evoluti e portatili furono utilizzati per tantissime canzoni dell’epoca, soprattutto nei generi pop e dance.
Nei decenni successivi i Synth si evolvettero sempre più velocemente, passando da semplici suoni elettronici a riproduzioni sempre più fedeli delle sonorità degli strumenti acustici. Oltre a questo, nacquero anche sintetizzatori capaci di creare veri e propri pattern musicali, come poteva fare il computer Datatron 205 menzionato prima: tra gli artisti italiani che usavano il computer per creare musica si possono citare gli 883, il gruppo di Max Pezzali e Mauro Repetto, oppure dei DJ come Jovanotti, ai suoi esordi.
Successivamente nacquero anche i primi effetti, ovvero modulazioni di suoni reali per modificarli leggermente: il più semplice di tutti è il riverbero, capace di prendere un suono, come la voce, ed estenderlo nel tempo, dandogli anche toni più caldi. Andando avanti, nacque nel 1997 uno degli effetti più complessi e soprattutto più utilizzati oggi, ossia l’Auto-Tune, un software proprietario per la manipolazione dell'audio, creato da Antares Audio Technologies grazie agli studi dell’ingegnere Andy Hildebrand, reso poi celebre come effetto dalla canzone Believe di Cher. Come ultima frontiera, oggi c’è l’arrivo delle intelligenze artificiali, capaci di accorpare in semplici processi tutta questa evoluzione di due secoli e quindi di creare canzoni, con tanto di testo cantato, partendo solamente da una descrizione fornita da una persona: ed è da qui che nasce tutto il discorso sul copyright e sull’eticità di lasciare questi studi nelle mani di un solo computer.